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#Tecnologia_Scuola_Riflessioni

Leonardo Di Filippo

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In questo post promettevo di raccontare in che modo ci esercitavamo nella programmazione, ai miei tempi, all’università. Eccomi qui. Il linguaggio era il glorioso Fortran, l’elaboratore uno Sperry Univac 1100. Che peraltro noi studenti non avevamo mai realmente visto.

Nel centro di calcolo, al margine della rumorosa area di libero accesso, vi era una porta off-limits. Accanto alla porta, nel muro, una piccola apertura fungeva da sportello, unico canale di comunicazione, quasi uno stargate, verso un interno proibito, una dimensione superiore, nel quale misteriosi individui in camice bianco sembravano muoversi quasi danzando nell’aria. O almeno questa era l’immagine che io percepivo.

Noi studenti non avevamo accesso ai videoterminali e i PC ancora erano di là da venire. Potevamo però utilizzare i perforatori di schede. Ritiravamo un blocco di schede nuove, ci sedevamo alla console, componevamo sulla tastiera le istruzioni del programma. Dopo ogni istruzione inserivamo una scheda nuova, che veniva richiamata all’interno del dispositivo ed espulsa perforata. I fori codificavano l’istruzione, un carattere per ciascuna colonna.

Terminata questa fase, lasciavamo il blocco di schede, avvolto in un elastico, su un vassoio in prossimità dello stargate di cui sopra. Bisognava attendere una buona mezz’ora prima di ritrovare (sempre sul vassoio) il tabulato cartaceo con l’output del compilatore e, in assenza di errori, con l’output del programma. Magari nell’attesa ci si recava al bar per un caffè.

Come ogni programmatore sa, in una prima fase gli errori da correggere sono sintattici, non semantici. C’è poco da ragionare, hai sbagliato a digitare una parola. Strappi la scheda, la rifai e rimetti il blocco di schede sul vassoio. Altro giro, poi si torna indietro a riprendere il tabulato. E se scopri che quattro istruzioni dopo c’era un altro syntax error, bé allora ….


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