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Tecnologia, Scuola, Pensieri

Leonardo Di Filippo

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"Quando si scrive si va incontro a qualcosa di imprevedibile,
e io non posso impormi uno svolgimento prestabilito"
(Carl Gustav Jung)

Ho scoperto stasera che la materia che insegno ha appena cambiato codice e denominazione (ma nulla nella sostanza). Ora è "scienze e tecnologie informatiche" invece di "informatica" e il codice 041 invece di 042. Mi piacerebbe poter fare due domande a chi ha deciso ciò:
1) perché usare una frase quando una sola parola racchiudeva lo stesso significato ?
2) ma non lo sapete che 42 é la risposta che il supercomputer di "guida galattica per autostoppisti" dava alla​ domanda fondamentale sulla vita?

 Questa poesia, scritta in latino da mio figlio Marco, ha appena vinto la VI edizione del Certamen Nazionale di Poesia Latina "Vittorio Tantucci".

Marco frequenta il quarto anno del Liceo Classico, ha già vinto diversi premi ed è in procinto di partecipare alla finale nazionale delle Olimpiadi di Greco. Ama profondamente i classici greci e latini e li studia con passione vera.

La pubblico insieme alla traduzione in italiano e alle motivazioni della giuria.

Dallo scorso anno per le verifiche uso Moodle. Una lettrice mi faceva giustamente osservare che così lo sotto-utilizzavo. Limitarsi alle verifiche, con Moodle, è in effetti un po' come avere un aereo e usarlo come se fosse un autobus, viaggiando senza mai decollare. D'accordo con la direzione scolastica, l'ho ora trasferito nello spazio web dell'istituto, per una disponibilità full space/full time. Vorrei qui condividere la nostra esperienza di start up, che mi pare, finora, positiva.

É già il mio quinto anno di insegnamento! Confermo, nella sostanza, gran parte di quanto scrivevo già durante il primo anno: questo sarebbe il lavoro più gratificante e divertente del mondo se non fosse per due aspetti.

In primis, il dover esprimere la valutazione con uno strumento ormai totalmente inadeguato, il voto, che per giunta determina tutta una serie di “distorsioni” che ne fanno, a mio avviso, la principale causa della scarsa qualità dell'apprendimento nella scuola contemporanea.

Ho ricevuto inattesi apprezzamenti sull’articolo sul byod di alcuni giorni fa. Inattesi perché in fondo il sistema presentato era semplicissimo sul piano tecnologico. Credo, invece, che sia stato proprio l’argomento toccato, il cellulare dello studente a scuola, questo sì un tema davvero sensibile, a determinarne l’interesse.

Io sono convinto che la negazione assoluta dell’uso dei cellulari a scuola sia una battaglia di retroguardia, ormai persa. Sono peraltro quotidianamente testimone di quanto tali dispositivi costituiscano veramente un problema per gli insegnanti.

Proibire o consentire, dunque?

Vi sono acronimi e tecnologie che di punto in bianco diventano centrali nel mondo della scuola, e ne parlano tutti. Quando ho iniziato a insegnare, il mondo, osservato dalla scuola, mi appariva, incredibilmente, diviso in due: chi usa la LIM e chi la odia. Sì, proprio lei, la LIM, lavagna interattiva mutimediale, una periferica di input/output per la fruizione condivisa, senz’altro utile, ma nient’altro che questo.

Oggi parlare della LIM non è più tanto di moda, altri acronimi emergono avvolti da una mistica aura. Uno di questi è BYOD. Bring your own device. Nella lingua di Dante: porta il tuo strumento. Ovvero: utilizza il tuo tablet o il tuo smartphone nel contesto didattico.

Sul caso delle intercettazioni in internet dei giorni scorsi, a me pare che di un aspetto non si sia parlato. Ho letto infatti di commenti sulle indagini, sul sistema che era stato attivato, ecc. Ma il fatto che personaggi che svolgono funzioni apicali siano state vittima di un attacco con malware dotato di una tecnologia di tipo tutto sommato ordinario e che addirittura (sempre se non ho capito male) si siano ”infettati” aprendo banalmente un allegato email di tipo eseguibile, a me sembra un punto non trascurabile e anche un po’ preoccupante.

Insegno informatica nel Liceo scientifico scienze applicate e tengo corsi di robotica nel Liceo scientifico tradizionale. Mi hanno chiesto di presentare queste attività ai genitori che, per scegliere in modo consapevole l’indirizzo cui iscrivere i propri figli, interverranno agli open day. Mi trovo quindi a riflettere su come rispondere essenzialmente a questa domanda: perché studiare informatica (o robotica, che non è molto diverso) al liceo ?

Osservo la mia vecchia stampante sfornare operosamente un foglio dopo l'altro. La uso da ben 12 anni !

Qualche anno fa si era fermata all'improvviso e, mentre tutti i suoi led mi facevano l'occhiolino, mi informava che avevo raggiunto il limite massimo di utilizzo: doveva necessariamente andare in manutenzione !

Un modo gentile per dire: buttami e compratene una nuova. Trovai in rete l'utility di sblocco e la riattivai senza alcun service. Del resto avevo pure sempre ignorato i messaggi con i quali, inorridita, mi consigliava di non usare quelle cartucce di inchiostro che costano un decimo delle originali: l'avrei danneggiata, mi diceva implorante, ma in fondo minacciosa.

Perciò queste stampe ancor oggi perfette mi stupiscono. O forse no.

In quest’articolo scrivevo che avrei raccontato come ci esercitavamo nella programmazione, ai miei tempi, all’università. Eccomi qui. Il linguaggio era il glorioso Fortran, l’elaboratore uno Sperry Univac 1100. Che peraltro noi studenti non avevamo mai realmente visto.

Nel centro di calcolo, al margine della rumorosa area di libero accesso, vi era una porta off-limits. Accanto alla porta, nel muro, una piccola apertura fungeva da sportello, unico canale di comunicazione, quasi uno stargate, verso un interno proibito, una dimensione superiore, nel quale misteriosi individui in camice bianco sembravano muoversi quasi danzando nell’aria. O almeno questa era l’immagine che io percepivo.

La programmazione didattica è ormai definita. Come tutti anche io ho collaborato con i colleghi per aggiornare programmazioni dipartimentali e disciplinari. Ci atteniamo agli standard e alle normative vigenti, che ci chiedono di non limitarci a stilare un normale programma, ma di distinguere tra conoscenze, competenze e abilità.

Non contesto questo approccio, anzi ritengo giusto che vi siano linee guida comuni, che, pur senza negare la libertà di insegnamento, rendano confrontabili i diversi percorsi. Ma cerco di non dimenticare che al centro di tutto dovremmo sempre privilegiare la conoscenza e una specifica abilità, quella del pensare.

Studiando ingegneria elettronica ho seguito le materie che preferivo. Ma sono altrettanto contento di aver prima frequentato il liceo classico. Credo mi abbia dato qualcosa in più che ho cominciato ad apprezzare solo con i capelli bianchi.

E poi, indipendentemente dagli studi successivi, dall'attività lavorativa e dall'età, noi che abbiamo "fatto" il classico ci riconosciamo. E ogni volta che ho chiesto "ma tu hai fatto il classico? " la risposta è stata, sempre, affermativa.

Oggi ho appreso che è stata abolita la denominazione di ginnasio per il primo biennio. Ricordo che iniziare in "quarta" per poi passare dopo due anni dalla quinta ginnasio alla prima liceo aveva un che di numinoso. Mi dispiace. Almeno il liceo classico lasciatelo così com'è.


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